a.k.a: Huskers & friends

Eccomi

Utente: jeffrey99
Nome: Marco G
Who, who knows... LASCIATE UN'IMPRONTA DEL VOSTRO PASSAGGIO!!!

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Archivio

oggi
gennaio 2009
novembre 2008
aprile 2008
gennaio 2008
dicembre 2007

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

domenica, 18 gennaio 2009
Ryokan, il poeta dello zen

 

      Il villaggio lontano

      sepolto nella nebbia:

      torno a casa

      questa sera

      passando tra i cedri.

 

Il paese natale di Ryokan si trovava sul mare, in prossimità della costa davanti l’isola di Sado, di cui era originaria la madre. Suo padre era il capo del villaggio, come il fratello.

Ma tutto è mutevole, lo ying diventa yang, la famiglia caduta in rovina, il signore destituito a forza dal proprio incarico, l’annegamento in segno di protesta.

E il momento del ritorno non può che essere colmo di dolore. L’infanzia che viene ricordata un passo dopo l’altro, i tempi in cui tutto appariva più facile, le persone amate scomparse tragicamente.

È il tempo che passa il monito a distaccarsi dal mondo, a rendere ogni ritorno ancora più difficile. Un tornare a casa che non sarà mai tale.

E il vecchio villaggio, con le strade prive dei dubbi, dove ogni timore veniva scongiurato come una tempesta nel porto, appare ora sepolto dalla nebbia.  La lontananza in questa sera non è più quella delle distanze geografiche.

Ed è impossibile avvicinarsi senza passare tra i cedri al tramonto.

La fine dell’autunno come ogni anno, non può che essere attraversata, assaporando come sempre la malinconia agra insita nei ricordi, i colori bruni della stagione che sta morendo, la luce che inizia a dissolvere, la certezza della strada intrapresa che potrebbe svanire.


      Ryokan era un poeta pazzo.

Postato da: jeffrey99 a 13:34 | link | commenti (6)
zen

sabato, 22 novembre 2008
Pink Moon is on his way

When I was Younger younger than before...

Ma quanto ci vuole per fondere la propria anima in una bustina di tè, oppure nella musica di un album registrato nella luce della notte.
Le strade che stanno finendo, una chitarra, la voce e il cuore.

Nick Drake questa sera racconta anche la mia storia.
Come riuscire a credere che qualcuno possa conoscere quello che sento in questi momenti...

pink moon
Potresti dire che il sole sta splendendo e un'arpeggio soltanto è la luna rosa.

Potresti dire che Twin Infinitives racconta l'Amore.
Sono le note ripetute...

E in lontananza iniziano a comparire quelle parole dimenticate, la sensibilità non può portare troppo lontano, dimenticare, dimenticare
o lasciare il proprio testamento in una manciata di canzoni.

Thx Nick, anche a te.

Postato da: jeffrey99 a 17:17 | link | commenti (5)
nick drake

martedì, 08 aprile 2008
I-CHING: la divinazione della filosofia

 

C'è qualcosa che sfugge alla razionalità, il credere tutto strettamente correlato, indissolubilmente, il bene al male, il femmineo al maschile, lo yin allo yang.

i-ching-coins-3E concetti di una modernità impressionante sono racchiusi in uno dei testi sacri cinesi, secondo alcuni filologi il testo più antico che l'umanità conosca, con un nucleo originario risalente a circa il 2000 A.C. il libro della Legge, letteralmente I-Ching.

E parlare di divinazione appare molto limitativo. Il libro delle trasformazioni evidenzia come tutto sia mutevole, sia all'interno di noi stessi che all'esterno, come le situazioni possano evolvere continuamente a prescindere o meno dagli eventi che ci circondano. E in tale mutevolezza il grand'uomo, l'essere superiore deve riuscire a trovare la propria stabilità e determinazione, cercando di illuminare il tempo tramite la previsione del susseguersi di eventi naturali, il giorno, la notte, le stagioni, l'alba e il tramonto di intere civiltà.

Uno spostamento impercettibile di una foglia lontana, il sospiro di apprensione, l'incredulità a materializzarsi, a lanciare per sei volte le tre monete, o suddividere "a caso" i 50 steli di millefoglie, il tutto correlato strettamente. E l'esagramma di linee  mutevoli a ribadire che ogni situazione è trasformazione. A noi la scelta più difficile: tra l'ottimismo e la disperazione.

Postato da: jeffrey99 a 21:59 | link | commenti (6)

martedì, 01 gennaio 2008
Nashville... IT DON'T WORRY ME

Sulle nostre tombe rimarranno

solo polvere chimica e scacciamosche

Con i punti rossi...

 

m_4c6fc889dddc642a806d21aaa9f02b80

I’m easy…

Robert Altman nel film capolavoro Nashville del 1975 trasforma in immagini la sua spietata ma (purtroppo!!) realistica visione dello show business, con una lucidità e una coincisione che molti trovarono crudele verso l’allora fiorente scena della country music...  

Eppure era (?) soltanto la società (americana e non..) a fondare le proprie dinamiche sulla politica e sugli interessi economici ad essa indissolubilmente connessi, una società in cui l’arte viene minacciata, venduta, infine sacrificata con un colpo di pistola (“Qui non siamo a Dallas, cantate, cantate!!”) mentre le limousine presidenziali dai finestrini oscurati si allontanano frettolosamante nella confusione.

Le rose lanciate di nuovo verso il pubblico, ora lo show può finalmente continuare, dietro gli striscioni della campagna elettorale, i palloncini colorati di rosso dei bambini, un coro gospel, la stars&stripes.

 

"Cause in my empire life is sweet ...
And life may be a one way street
But it don't worry me"

PS: Happy New Year, All

Postato da: jeffrey99 a 12:32 | link | commenti (13)
nashville altman

venerdì, 21 dicembre 2007

images

... Buone Feste ...

...don't worry, I'll be back soon

Postato da: jeffrey99 a 20:54 | link | commenti (7)

NELLA ZONA, PYNCHON!!!

Ebbene sì..

sono immerso anch'io nella Zona (la Germania del secondo dopoguerra per chi non avesse idea!!), nel mezzo di quel capolavoro che incomincia a delinearsi essere l'Arcobaleno della Gravità, del recluso Thomas Pynchon.

Inizialmente lo avevo mollato al principio della terza parte, ma è stato il suo corso naturale: la Zona rifulge e poi ti rigetta lontano. Bisogna diventare PARANOICI per potervi entrare completamente, per vagare tra le sue macerie, tra i rifiuticardsglow380-770753 di un'intera società.

E solo in seguito si sveleranno lentamente le follie della nostra (o di Tyrone Slothrop?) ricerca. Pynchon ad un certo punto ci chiede se sia meglio essere paranoici oppure a-paranoici, quale delle due strade sia più difficile da seguire senza cadere nel baratro della pazzia, se sia meglio credere il caso come forza dominante o attribuire ogni minimo evento ad una forza entropica centralizzante.

E la domanda troverà forse una soggettiva risposta soltanto procedendo nel cammino, scoprendo di essere in grado di individuare (e  collegare) ancora  gli infiniti indizi disseminati  nelle pagine,  oppure di  fallire grandiosamente, abbandonati indolenti al flusso del caos, vagando smarriti in quella infinita discarica, tra la rovine, gli oggetti, la decostruzione.  

... tha answer will follow (?)...

 

(Nessuno di voi ha MAI letto Gravity's Rainbow???)

Postato da: jeffrey99 a 17:02 | link | commenti (11)
pynchon

lunedì, 17 dicembre 2007
NATALE SULL'HUDSON

thumb_john_Cold-Hudson-Mirrors-Skyline     La spugna grigia!

     Il marinaio appena sgozzato.

     Il fiume grande.

     La brezza di limiti oscuri.

     Il filo, amore, il filo.

     I quattro marinai lottavano col mondo,

     col mondo di ariste che vedono tutti gli occhi

     col mondo che non si può correre senza cavalli.

     Erano uno, cento, mille marinai

     a lottare col mondo delle velocità,

     senza capire che il mondo

     era solo nel cielo.

 

     Il mondo solo nel cielo solo.

     Son le colline di martelli e il trionfo dell'erba folta.

     Sono i vivissimi formicai e le monete nel fango.

     Il mondo solo nel cielo solo

     e il vento all'uscita di tutti i villaggi.

 

     Cantava il lombrico il terrore della ruota

     e il marinaio decapitato

     cantava l'orso d'acqua che l'avrebbe stretto:

     e tutti cantavano Alleluia,

     Alleluia. Cielo deserto.

     È lo stesso, lo stesso! Alleluia.

 

     Ho passato tutta la notte sulle impalcature dei sobborghi

     spargendo il sangue sui gessi dei progetti,

     aiutando i marinai a raccogliere le vele lacerate.

     E sto con le mani vuote nel rumore della foce.

     Non importa che a ogni minuto

     un nuovo bambino agiti i suoi rami di vene

     né che il parto della vipera, scatenato sotto i rami,

     calmi la sete di sangue di quelli che guardano il nudo.

     Ciò che importa è questo: vuoto. Mondo solo, Foce.

     Alba no. Favola inerte.

     Solo questo: foce.

     O mia spugna grigia!

     O collo appena sgozzato!

     O mio fiume grande!

     O brezza di limiti che non sono miei!

     O filo del mio amore, filo che ferisce!

                                                        F.G. Lorca

Quanti giorni mancano? I don't know... Lorca scrisse Natale sull'Hudson a New York, il 27 Dicembre 1929.

Il suo simbolismo si era trasferito dai paesaggi gitani agli ambienti metropolitani, scontrandosi con la mancanza di misticismo della società urbana. Ma il poeta è ancora in grado di cogliere, perfino sotto una vacuità di solitudine, i fili invisibili delle relazioni tra le cose... E nella città statunitense aveva fatto crescere i suoi capelli, assassinato dal cielo... 

Postato da: jeffrey99 a 16:41 | link | commenti (2)
lorca

sabato, 15 dicembre 2007

 THESE  IMPORTANT  YEARS

 

       Responsabilità,

         responsabilità.

         Hai aperto il portone di casa, ti sei perso nella neve.

 

Quando l'hard-core sembrava sul punto di collassare su se stesso, dopo le sparate generazionali di Darby Crash, la violenza repressa troppo a lungo e troppo a lungo inseguita, quando il punk era già stato dipinto come la grande truffa del Rock'n'roll, quando (beat?)generazioni affondavano nel vortice oscuro della mescalina (scappando da chi? da cosa?) all'uscita delle scuole o nelle rimesse dei giardini sul retro, ecco da Minneapolis una fiamma bruciare rapida, splendente e fulminea con tutta la passione, l'amore e la sofferenza delle strade periferiche poco frequentate, della noia nelle camere dei college di seconda o terza categoria, la sera.

E nascevano pezzi dove il cuore, troppo spesso ghiacciato – anche se poi non faceva così freddo-, veniva triturato insieme con quella rabbia, quel disadattamento, i sogni infranti sul punto di spiccare un piccolo salto, in cui una chitarra riassumeva come in una catarsi (oppure era ancora la mescalina?) i deliri di Hendrixiana memoria, la batteria ruggiva nelle sue tremende viscere di rullanti impazziti -il basso che emanava il calore- e la voce declamava melodie intensissime (i Beatles a guardare raggelati nella penombra delle cantine), intrise di gioia e dolore, d'un cremisi velato di tramonto e contemporaneamente di alba, di notte, eppure di stelle...  

 

      …gli Husker Du mf008342

      revelations seem to be another way

       to make the days go faster anyways

Postato da: jeffrey99 a 18:10 | link | commenti (23)
husker du

Il TEMPO PRESENTE e il TEMPO PASSATO

pic4sOh yeah,

il  Nuovo Anno si avvicina a grandi passi (riuscite anche voi a sentirli da lontano, la notte?) e inaspettatamente (!!) mi vengono in mente alcuni "profetici" versi di T. S. Eliot direttamente dalla sua opera più religiosa (sarà forse il clima natalizio??), i Quattro Quartetti.

Al Possum, come si divertiva a citarlo qualcuno, la voce... 

    Ciò che potrebbe esser stato e ciò che è stato

    puntano verso un’unica fine, che è sempre il presente.

    Nella memoria quei passi riecheggiano

    giù nel passaggio che non abbiamo varcato

    attraverso quella porta che non abbiamo mai spalancato

    su di un giardino di rose. Rimbombano le mie parole

    così, nella tua mente

                                        ma per quale scopo

    smuovere la polvere da una ciotola riempita con foglie di rosa

    non lo so.

                     Altri eco

    dimorano il giardino. Non dovremmo noi seguirli?

                                                                 T.S.Eliot

Postato da: jeffrey99 a 11:26 | link | commenti (9)

giovedì, 13 dicembre 2007
THE BEGINNING

  Sato shoji

Oku No Hosomichi, ovvero l' Angusto Sentiero verso le Regioni del Nord, l'opera del sommo poeta giapponese Matsuo Basho, ma anche il viaggio verso le remote ombre di se stessi.

Come Basho cercherò di soffermarmi a descrivere, o soltanto a tentare di descrivere, quei "luoghi" in cui possiamo distinguere i riflessi diversi della luce del giorno, ammirare quei particolari che permettono di comprendere un po' meglio chi siamo, che gettano uno sguardo soltanto verso l'immensità di noi stessi, le musiche nuove che ricordano sempre soltanto il passato, delle incomprensibili emozioni...

...tutto ciò che di interessante mi capita di scorgere tra gli ibischi ai lati della strada...

Postato da: jeffrey99 a 20:11 | link | commenti (4)